MODA E LEGALITÀ: Come controllare la filiera

15 December 2025 - Dante Vezzaro

Un settore sotto i riflettori: cosa rivelano le inchieste

Le inchieste sul caporalato lungo la filiera del Made in Italy, che nel corso di quest’anno hanno coinvolto, tra le altre, realtà come Alviero Martini, Armani, Dior, Valentino Bags, Loro Piana Tod’s e, in ultimo, marchi come Dolce & Gabbana, Versace, Gucci e Prada hanno messo in luce una verità sempre più evidente: le aziende hanno l’onere di controllare in maniera stringente cosa accade lungo la propria catena produttiva.

Secondo la Procura di Milano, infatti, mancano verifiche sulla solidità e sulle condizioni di lavoro dei fornitori e subfornitori. Da qui l’avvio di nuove iniziative – dal DDL Urso al Protocollo per la legalità nella moda – tutte orientate a richiedere maggior tracciabilità, trasparenza e controlli strutturati.

Il messaggio, oltre le norme, è chiaro: non basta più “fidarsi” dei propri fornitori, la filiera va verificata e monitorata, non solo per prevenire rischi legali e reputazionali, ma anche per dimostrare un “ravvedimento operoso” in caso di accertamenti.

 

Cosa si intende con il binomio moda e compliance

Quando si parla di compliance nel fashion, la mente va inevitabilmente a documenti e procedure formali ma, in realtà, oggi la conformità normativa è un fattore strategico per la competitività dei brand.

La compliance, infatti, permette di preservare la continuità operativa della filiera, tutelare il valore del proprio marchio, verificare l’affidabilità dei partner, rafforzare la sostenibilità dei prodotti e persino aumentare la possibilità di accedere a mercati e investitori sempre più attenti alla governance e ai rischi di filiera. Non si tratta quindi di un mero adempimento ma di un pilastro del modello di business.

Cosa possono fare concretamente le aziende per essere compliant?

  • Implementare protocolli di prevenzione dei rischi lungo la filiera, così da individuare in anticipo possibili criticità e gestirle prima che diventino un problema. Un ruolo chiave in quest’ottica è rappresentato dal Modello 231 che consente di integrare procedure specifiche per prevenire reati quali l’intermediazione illecita, lo sfruttamento del lavoro, il riciclaggio e l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.
  • Inserire clausole di legalità nei contratti, per rendere chiari gli impegni e le responsabilità di fornitori e subfornitori. In particolare, i committenti dovrebbero rivedere i propri contratti includendo impegni chiari in materia di: norme giuslavoristiche, fiscali e previdenziali, sicurezza sul lavoro e applicazione del CCNL di riferimento.
  • Definire una procedura di selezione e qualifica dei partner, basata su criteri trasparenti e verificabili. Ciò significa: dotarsi di una procedura strutturata che permetta di verificare i fornitori e subfornitori non solo prima dell’instaurazione del rapporto contrattuale ma anche in costanza dello stesso. La procedura dovrebbe delineare i criteri di selezione e verifica preliminare, specificando quali documenti raccogliere e le informazioni che le aziende committenti dovrebbero richiedere per verificare la capacità imprenditoriale dei propri fornitori.
  • Dotarsi di strumenti in grado di dimostrare con certezza di aver verificato i propri fornitori in una certa data così che le aziende possano dimostrare di aver svolto dei controlli sull’affidabilità dei fornitori, preliminarmente all’instaurazione del rapporto con gli stessi, nonché dotarsi di remediation plan atti a correggere gli eventuali problemi di conformità o le carenze identificate.
  • Adottare un codice etico vincolante per tutta la filiera, che stabilisca standard minimi di comportamento, lavoro e sicurezza; dunque, un documento in cui siano sanciti principi etici e regole di comportamento che devono orientare l’operato dei fornitori.
  • Programmare audit preliminari e verifiche periodiche, utili per monitorare le condizioni reali in cui avviene la produzione, controllando cose come, a titolo esemplificativo: la presenza di un reparto e di macchinari idonei a soddisfare le richieste produttive, il rispetto degli orari di lavoro, le condizioni igienico-sanitarie e il rispetto delle normative in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

La compliance come leva strategica

Quelli sopra riportati sono strumenti semplici ma decisivi per proteggere i brand, garantire la continuità operativa e lavorare con maggiore solidità in un contesto che è sempre più spesso sotto osservazione.

Non è solo una questione di conformità: è un investimento nella credibilità dell’azienda, nella qualità  dei processi e nella sostenibilità dell’intera filiera.

 

Marco Sartori, CEO – Kyp srl  marco.sartori@complegal.it

Back to all news blog